Dall’alto della Rocca Sillana, nel comune di Pomarance, si vede tutta la vallata. È il tramonto e il cielo si tinge di rosa. Sembra davvero di vedere l’anima della Terra dall’alto della sfera delle stelle fisse. La musica di Andrea alla chitarra e allo tzouras greco, di Luca alla batteria e di Francesco al pianoforte accompagna e sottolinea il canto di Ginevra. Sulla scena un orologio a pendolo a segnare il passare del tempo e un alberello a indicare lo spazio terrestre,
illuminati dalla luce bianca della Luna, mentre le stelle multicolori occhieggiano dall’alto del cielo.
È uno spettacolo con Ginevra Di Marco e Margherita Hack, due fiorentine doc, con compagni di scena fiorentini e toscani, una popolazione ben nota per il suo dissacrante intercalare, fatto di bestemmie che hanno perso il loro significato sacrilego.
Ma l’intercalare più ricorrente è un altro:
io manco da Firenze dal 1954, da più di mezzo secolo, ma dico sempre: ohi ohi… E a Trieste mi chiedono: che hai? Ti senti male?
Margherita Hack
"Immaginate un mondo svuotato di significato, in cui le parole sono perdute o sono troppe o sono dismesse. Immaginate un orizzonte in cui conta solo l’io, in cui le canzoni sono assoggettate ai vizi del mercato e non escono quasi più dal tracciato predefinito della serialità. Anzi, perché immaginarlo. Ci siete in mezzo.
Ora ribaltate lo scenario. Dall’altra parte troverete il cielo sotto cui abita Kaleidoscope.
Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Andrea Salvadori continuano il solco delle musiche dal mondo e le colorano con un vivido senso di sacralità e di coralità sia nelle scelte strumentali e vocali sia negli arrangiamenti. Un disco rivoltoso, animato da uno sconfinamento geografico e culturale ma anche da un atto semplice quanto poetico: rimettere al centro le parole.
Mentre lo spazio si restringe e ci si orienta a vista, queste canzoni impastano un racconto multietnico che alterna la rabbia e il grido per la miseria e la polvere a cui l’uomo è ridotto ma che vuole anche suggerire ciò che non si riesce a vedere, prova «a pensare quello che non è stato nemmeno mai pensato», canta per dare un senso a ciò che vede. Sotto lo stesso cielo si trovano i serpenti e le farfalle, la pietra e la speranza, l’orrore e la luce della luna, ansia e dolore, tormento e gioia, l’invettiva e l’augurio. Il teatro, la poesia e la musica tornano a essere un grimaldello per scandire un tempo in cui non è ammessa fragilità. La stessa fragilità delle parole, che pure sanno essere l’unico strumento da non perdere per rivoltare il mondo.”
Daniele Sidonio



